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Biografia e storia di
Giorgio Gaber
"Io
G. G. sono nato e vivo a Milano..."
La storia di Giorgio
Gaberscik, in arte Gaber, comincia il 25 gennaio 1939 in via Londonio
28, a Milano e termina il primo di gennaio del 2003 a Montemagno, nella
sua casa in provincia di Lucca..
Adolescente, per curare il braccio sinistro colpito da
paralisi, a 15 anni inizia a suonare la chitarra. Dopo aver conseguito
il diploma in ragioneria frequenta la facoltà di Economia e Commercio
alla Bocconi pagandosi gli studi con i guadagni provenienti dalle serate
in cui suona al Santa Tecla, famoso locale milanese. Conoscerà qui
Adriano Celentano, Enzo Jannacci e Mogol; quest'ultimo lo invita alla
Ricordi per un'audizione: è lo stesso Ricordi a proporgli di incidere un
disco.
"Arrivo in via Londonio... non c'è più la casa.
Ho sbagliato strada, fammi vedere: 24, 26... maledizione, manca il 28!
Non c'è più la casa, ho perso la casa. Dove l'ho messa?"
(da "Dove l'ho messa", in "Anche per oggi non si vola", 1974-'75)
- (...) Sono cresciuto in una famiglia piccolo-borghese, in una piccola
casa, con le abitudini e il tenore di vita di allora (...) si aveva un
paio di scarpe sole e quando queste finivano se ne compravano delle
altre, il che era certo un buon segno. Sacrifici, sicuro, ma all'insegna
di un'essenzialità che oggi in qualche modo potremmo anche rimpiangere.
Mio padre era impiegato (...) mia madre era casalinga, e mio fratello
Marcello, più grande di me di sette anni, si era diplomato geometra e
suonava la chitarra. Mio padre suonava un po' la fisarmonica, quindi un
minimo di musica in casa c'era. Io poi, che avevo avuto un'infanzia
piena di malattie e di rotture di coglioni tra cui un infortunio a una
mano, usai la chitarra anche come sostegno e recupero del mio
inserimento. (...) Io direi che tutta la mia carriera nasce da questa
malattia, la quale ha fatto sì che abbia voluto reagire ad essa con la
chitarra, portandomi così a fare questo lungo percorso nella musica. (G.
Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)
Inizia a comporre, quando è ancora studente.
– (...) Mi accosto alla chitarra come momento di divertimento, di svago,
non ancora di professione, anche perché vado ancora a scuola in quel
periodo. La mia prima veglia come chitarrista la faccio a quattordici
anni, guadagno 1.000 lire, la mia paga di chitarrista per quel
Capodanno, e in quel momento non ho nessuna intenzione di cantare, non
mi sfiora proprio il dubbio (...) fino al momento dell'incontro con
Celentano, perché io ero proprio il chitarrista di Celentano. (...)
Jannacci c'era anche lui, anche lui era studente come me, eravamo tutto
un gruppo intorno a questo Celentano, questo strano personaggio che ci
chiamava a suonare e ci dava anche i primi soldi che guadagnavamo; lui
sceglieva noi anche perché eravamo dei musicisti che conoscevano il
jazz, dato che i musicisti delle balere in quel periodo suonavano
veramente solo tanghi e valzer; noi eravamo invece un po' più
disponibili (...) a fare delle cose un po' più rockeggianti. (...) In
seguito io continuai a suonare in uno di questi locali milanesi come
chitarrista, in un gruppo che si chiamava "Rocky Mountains Old Time
Stompers" e che faceva musica western (...) in quel momento diventai
cantante di rock'n'roll, continuando comunque a suonare, a suonare e a
cantare insieme, e via via che incidevo e che mi concentravo più sul
canto, mi accorgevo che la chitarra perdeva via via peso, perché poi in
effetti era il timbro della voce che contava. (L. Ceri e G. Martini, "Il
signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990)
Anni 60 | Torna all'inizio
Chitarrista, autore e interprete della prima canzone rock in italiano
(1958). L'esordio discografico avviene con "Ciao ti dirò", scritta con
Luigi Tenco e incisa dalla casa Ricordi; legata a questa canzone è la
prima apparizione televisiva di Gaber nel programma "Il Musichiere" di
Mario Riva, nel 1959.
– (...) "Ciao ti dirò" in realtà l'abbiamo scritta io e Tenco. Lui
improvvisava molto ogni sera sui temi rock americani, specialmente su "Jailhouse
Rock" di Presley, e da là ci venne l'idea di mettere le parole in
italiano su una di queste improvvisazioni, abbiamo cambiato e fissato un
po' la musica ed è venuta fuori "Ciao ti dirò", era l'estate del 1958.
Io avevo un gruppo con Tenco, ancora precedente ai "Cavalieri", a Genova
suonavamo in un locale con una sorta di trio alla Nat King Cole, basso,
chitarra e pianoforte, e cantavamo un po' tutti, avevamo fatto una
stagione estiva insieme, io infatti in quell'anno mi ero appena
diplomato. Poi un signore della Ricordi, sul cui biglietto da visita
c'era scritto Giulio Rapetti, mi chiamò perché voleva farmi incidere dei
dischi, così andai a fare il provino e mi chiesero di cantare qualcosa.
(...) Io fui praticamente il primo a fare un rock italiano, ad
imitazione di un altro cantante, che faceva un altro genere di musica ma
che era sempre in qualche modo rockeggiante, e che era Tony Dallara. (L.
Ceri, "Gaber 40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)
Nel 1959 al Santa Tecla – noto locale milanese, quasi una "cave"
parigina – conosce Sandro Luporini che sarà il coautore di tutta la sua
produzione discografica e teatrale più significativa.
– Conosco Sandro da quando avevo 19 anni. Per me, è stato un maestro di
estetica. (...) Eravamo ragazzi, vicini di casa a Milano. Io frequentavo
un gruppo di pittori e ci incontravamo per scambiarci idee. Nel gruppo
c'era Sandro, più grande di me (...). Abbiamo cominciato a scrivere per
gioco, io facevo il cantante televisivo e le canzoni che scrivevamo non
erano adatte, ma al primo spettacolo teatrale lui già c'era (...) anche
se allora non firmava, perché non era iscritto alla Siae. Per la verità
qualche canzone a quattro mani l'avevamo già scritta. Per esempio
"Barbera e champagne". Ma era ancora una collaborazione sporadica. (B.
Schisa, "Vi presento il pittore che scrive le mie canzoni", Il Venerdì
di Repubblica 12/10/2001)
Negli anni '60 la stesura di alcuni tra i testi di maggior successo di
Gaber è a cura dello scrittore Umberto Simonetta: ballate ispirate al
repertorio popolare milanese ("Porta Romana"; "Trani a gogò"; "La
ballata del Cerutti"; "Le nostre serate", che piacque molto a Eugenio
Montale, come ricorda lo stesso Simonetta nel libro "Il signor Gaber" di
Michele L. Straniero del 1979; "Il Riccardo"; "Una fetta di limone",
cantata insieme a Jannacci in versione "I due corsari").
– Ci fu anche un'altra formazione in trio, sempre con Maria Monti, e con
me c'era Jannacci ma a quel punto già stavamo facendo del cabaret, "La
balilla", "Goganga", queste cose qui. Jannacci suonava il pianoforte,
però era sempre molto brillante e spiritoso, e una sera che io non
potevo esserci perché dovevo fare una serata coi "Rocky Mountains", gli
dissi: "Beh, 'La balilla' stasera cantala tu insieme a Maria, perché
secondo me è un pezzo che funziona, e va comunque fatto". Così Jannacci
cantò "La balilla" e fu molto più divertente di me, ed è praticamente in
quell'occasione che comincia la sua carriera di cantante. (L. Ceri, "Gaber
40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)
Quando Gaber inizia a cantare, Milano è in una fase di originale
crescita culturale: ci sono Dario Fo, Paolo Grassi, Giorgio Strehler,
Franco Parenti. Nasce proprio in questi anni la definizione di
'cantautore' nell'ottica della rivalutazione del testo della canzone,
sull'onda delle risonanze della canzone francese e in antagonismo con la
musica leggera della tradizione italiana melodica.
– (...) Nel '60 c'era Maria Monti, con la quale avevo una storia anche
sentimentale, c'era Luporini, poi c'era Endrigo, i cantautori di quel
periodo. (L. Ceri, Il sogno di Giorgio Gaber, Il Mucchio Selvaggio n.188,
settembre 1993)
- (...) Scoprimmo il mondo della canzone francese e non solo il Brel che
tanto amava Paoli ma anche ad esempio Henri Salvador, che aveva una
splendida canzone, "Dans mon ile", a quel punto sentivamo di poter dire
delle cose, sulla falsariga di quella chiave espressiva (...) tutti
quanti abbiamo fatto un piccolo passo in avanti ed abbiamo cominciato a
prendere le cose sul serio, perché prima veramente si scherzava. Nessuno
pensava fino a quel momento che quel tipo di divertimento potesse
diventare una professione. (L. Ceri, "Gaber 40 anni di carriera",
Chitarre n.153 - novembre 1998)
– (...) Tutti quanti affrontammo il discorso cantautorale di quegli anni
come una soluzione a metà tra le influenze americane subite fino a poco
prima e questa canzone francese che via via ci aveva affascinati. Dunque
nel '60 cominciano ad esserci "La gatta" di Paoli, la mia "Non
arrossire", "Quando" di Tenco, poi Bindi con "Il nostro concerto",
"Arrivederci", canzoni che in qualche modo si staccano da una
colonizzazione totale da parte dell'America, e cercano di riacquistare
un'autonomia e una sincerità, non dico culturale, ma certamente di
intenti. (G. Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)
Dopo gli inizi brucianti, Gaber amplia i suoi interessi artistici;
diventa molto popolare: partecipa a quattro edizioni di Sanremo (1961:
"Benzina e cerini"; 1964: "Così felice"; 1966: "Mai, mai, mai
Valentina"; 1967: "...E allora dai!"); nell'estate 1966 ottiene il
secondo posto al Festival della Canzone napoletana col brano "'A Pizza".
Il pubblico televisivo lo scopre e lo apprezza in rubriche musicali e
spettacoli di cui è ideatore-cantante-conduttore, come "Canzoni di mezza
sera" (1962), "Teatrino all'italiana" (1963), "Canzoniere minimo" (1963)
– una delle prime trasmissioni dedicate alla musica popolare e d'autore
–, "Milano cantata" (1964), "Questo e quello" (1964), "Le nostre serate"
(1965), "Diamoci del tu" (1967), "Giochiamo agli anni Trenta" (1968), "E
noi qui" (1970) – varietà del sabato sera sulla prima rete – dove
propone alcuni pezzi scritti con Sandro Luporini che troveranno poi un
ambito più congeniale a teatro, nell'esordio con "Il signor G".
– (...) Io da parte mia avevo già iniziato un'attività televisiva, al di
fuori della semplice partecipazione agli spettacoli: facevo il
presentatore, conducevo ed ideavo le trasmissioni, per cui in qualche
modo ne risentivo meno di questa 'empasse', però si tentava comunque
un'operazione di resistenza, non perché il beat non ci piacesse, ci
mancherebbe altro, ma perché in effetti sentivamo che era un prodotto
non nostro e volevamo comunque difendere la nostra identità. (L. Ceri, "Gaber
40 anni di carriera", Chitarre n.153 - novembre 1998)
Nella vita personale di questi anni: nel 1965 sposa Ombretta Colli; nel
1966 nasce la figlia, Dalia.
- C'erano stati i beatnik, il rock'n'roll, i primi dischi che i ragazzi
comperavano da soli senza i genitori. E poi sono gli anni in cui mi
innamoro. Ombretta studiava cinese e russo alla Statale, io andavo a
prenderla con l'auto da cantante, con la Jaguar, e loro per questo non
dicevano niente. Di quegli anni mi avevano colpito soprattutto due
parole che sentivo ripetere molto spesso: rifiuto ed essenzialità. (F.
Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi pensieri", Specchio 21/4/2001)
Nel '68 Gaber è un cantante affermato. Fa centinaia di serate ogni anno
(con un calcolo approssimativo si arriva a 1.660 dal dicembre 1958 allo
stesso mese del '69), molta televisione, rilascia interviste.
– [...] Sono sempre in arretrato su tutto e quanto mi è intorno lo
osservo in funzione della canzone. Come il cinema, dove dovrei andare a
distendermi e invece m'interessa il modo di muoversi degli interpreti,
le inquadrature da poter usare in uno spettacolo, da poter ricordare per
una interpretazione. Così un libro, un fumetto, una partita di
calciobalilla. Perché tutto riconduco a esperienze personali, a
sensazioni che ho avuto anche se raccontate in trame diverse. (M. A.
Teodori, "La giornata nera di Gaber", Radiocorriere TV, 16-22/4/1967)
Anni 70 | Torna all'inizio
Nel biennio 1969-'70 è protagonista di una tournée teatrale con Mina.
Ha inizio la svolta artistica: l'impegno teatrale, la rinuncia cosciente
oltre che alla televisione anche all'attività discografica e la scelta
del teatro, appunto, come luogo di espressione diretta senza
condizionamenti o filtri tra l'artista e il suo pubblico. Da questo
momento, il percorso di Gaber è lineare e conseguente: fare della
canzone non più un fine, ma un mezzo da adattare alla forma di
comunicazione teatrale.
– Va beh, ero molto più popolare di ora, c'era il danaro, la gente che
ti riconosceva. Ma non ho approfittato di quel momento perché mi
interessava altro. Dopo un tour di due anni con Mina ho scoperto il
teatro, la gente che ti viene a sentire e guardare. Ho capito che volevo
fare quello. Mi piaceva Dario Fo, ma volevo essere diverso da lui.
(...). Però devo dire che non c'erano solo queste cose, si sentiva
l'aria dell'impegno. (F. Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi
pensieri", Specchio 21/4/2001)
– (...) Io e Luporini siamo stai coinvolti nel '68 perché ha prodotto
una grossa svolta nelle scelte della gente. (...) Questo tipo di
cambiamento del costume – non vogliamo più la cravatta e la giacca –
allora era una risposta. Non vogliamo lavorare come dei pazzi per avere
un giorno lo champagne, perché dello champagne non ce ne frega nulla.
Adesso si dice: "Vogliamo lo champagne senza lavorare". Ma allora questo
tipo di movimento giovanile a noi ci colpì moltissimo, pur
ideologizzandosi subito. Il rifiuto è stato l'elemento meno
sottolineato, immediatamente si è ritornati, ci si è rapportati, a un
piano politico di lotta, quindi studenti legati agli operai, scioperi,
salari. Sì, salario, ma salario per che cosa? Per comprare che cosa? Per
vivere come? Per quale indirizzo culturale? E oggi ci troviamo in queste
condizioni. Secondo me questo è l'aspetto interessante del '68, così
come da qui derivano gli errori che sono stati fatti, anche del rifiuto
iniziale che diceva: "No, io non vivo nella casa di mio padre, bella,
ricca, con la moquette". Adesso invece non è più così, vorremmo vivere
tutti in una casa con la moquette, con lo stereo, e dato che non abbiamo
i soldi, facciamo casino. (C. Bernieri, "Non sparate sul cantautore",
Mazzotta editore, Torino 1978)
L'originale percorso artistico della "canzone a teatro" prende il via
dallo spettacolo "Il signor G" che debutta il 22 ottobre 1970 al Teatro
San Rocco di Seregno, nell'ambito del decentramento regionale del
Piccolo Teatro di Milano, con la regia di Giuseppe Recchia e la
direzione musicale di Giorgio Casellato (amico di Gaber fin dai tempi
delle prime esibizioni nei dancing di Milano e dintorni e arrangiatore
musicale di tutti i suoi primi spettacoli teatrali).
- Nei primi anni '70 decisi, quasi spontaneamente, di abbandonare la tv.
(S. Salis, "Una generazione di sconfitti che sbanca le classifiche",
www.affaritaliani.it 2001)
– (...) L'attività più congeniale alle mie aspirazioni ed al mio modo di
essere (...) era proprio il teatro: lì si sarebbe potuto manifestare il
mio eclettismo. Così, decidemmo con Luporini di far nascere "Il signor
G" e di provare una piccola tournée teatrale. Capii che potevo vivere
così e che quella era la mia strada. Vivevo meglio. Per questo ho
abbandonato la televisione. All'inizio ebbi un po' di paura, perché dopo
i "pienoni" con Mina nessuno veniva più a vedermi. Però, nonostante lo
shock, dentro di me sentivo che era giusto farlo. (A. Scanzi, "Anche per
oggi non si vola", Mucchio Selvaggio marzo 1999)
Il successo del 'signor G' è qualitativo ma non quantitativo.
Evidentemente il pubblico del Gaber televisivo non è lo stesso che
frequenta i teatri, ma alla fine delle rappresentazioni gli applausi
sono calorosi e il pubblico presente si passa la voce fino a che, con
"Dialogo tra un impegnato e un non so" (1972-'73), inizia la lunga
stagione del 'tutto esaurito', che durerà, senza eccezioni, fino
all'ultimo spettacolo. (Con "Il signor G", ebbe 18.000 spettatori; con
"Dialogo tra un impegnato e un non so" toccò le 166 recite con 130.000
presenze; "Far finta di essere sani" in 182 recite raggiunse i 186.000
spettatori).
- Quando partimmo con "Il signor G" gli aspetti economici e
organizzativi della faccenda erano tutti da inventare. A quei tempi il
cosiddetto "decentramento" non si sapeva nemmeno cosa fosse: i teatri
erano pochi, abituati a una programmazione di solida routine e per
niente inclini alla sperimentazione. A parte Dario Fo, che aveva intuito
e favorito la nascita di un pubblico nuovo e diverso, il circuito
teatrale era quanto di più ufficiale e istituzionale si possa
immaginare. (M. Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il
Saggiatore, Milano 1982)
– "Il signor G" rappresentava (...) la sincerità. Io venivo da un mondo
tutto diverso basato sulla logica dell'intrattenimento. Scegliendo il
teatro ridussi ulteriormente il mio nome e creai una sintesi fra me e il
personaggio. "Il signor G" – dove quella 'G' voleva anche dire "gente" –
era un signore un po' anonimo, un signore come tutti che però mi
assomigliava, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un
inserimento nella società perché aveva già una sua vita adulta un po'
lontana da quella dei Sessantottini. Con 'il signor G' mi sono
acquistato il grande privilegio di dire, di cantare in teatro quello che
sono e quello che penso, al di là dei condizionamenti del mestiere dei
quali prima risentivo. (...) L'idea di pormi con Luporini di fronte a
una pagina bianca da riempire liberamente per poi andare a raccontare
ciò che scrivevamo in un teatro, in assoluta libertà, è stata una grande
conquista. (Maria Grazia Gregori, "Storie del signor G", L'Unità -
Cabaret n.4 1996)
- Era tale la gioia, l'entusiasmo che mi procuravano questi nuovi
incontri in teatro, economicamente tutt'altro che soddisfacenti! Perché
questo va detto: quando smisi con la TV i teatri me li trovai vuoti, non
pieni! Azzerata la mia immagine televisiva, mi ritrovavo senza alcun
aiuto da parte della stampa, affidato al solo passaparola del pubblico,
che allora era allucinante. Rifiutare la TV era un privilegio che potevo
permettermi, avendo da parte qualche soldino, ma ricordo d'essere andato
un anno in certi teatri e di aver fatto 100 persone, salvo poi tornarvi
l'anno dopo e farne 2.000! C'era veramente un bisogno di qualcosa che
non fosse la televisione, grande dominatrice invece degli anni Sessanta,
e la mia è stata una conquista graduale, persona per persona, di un
nuovo pubblico! (G. Harari, "Giorgio Gaber", Rockstar - gennaio 1993)
- Era un'idea nuova: "Il signor G" era uno spettacolo a tema, con
canzoni che sviluppavano il tema, con monologhi, racconti, situazioni.
Erano canovacci ricchissimi di spunti e provocazioni sulla situazione
reale e di collegamenti con le questioni "eterne" del vivere. La gente
si è vista arrivare addosso una forma ed un materiale di spettacolo
"strano" a cui ha reagito come pubblico teatrale. Poi è arrivata la
produzione discografica che era semplice registrazione degli spettacoli.
Insomma abbiamo aperto un nuovo canale di comunicazione. (W. Gatti,
"Parlo in grigio", Il Sabato 20/7/1991)
Dalla lettera-presentazione di Davide Lajolo allo spettacolo "Far finta
di essere sani" del 1973.
Caro Gaber,
avrei detto di no al tuo invito se ai tuoi spettacoli non mi fosse
sempre accaduto di divertirmi ed emozionarmi. Emozionato e talvolta
anche spinto alla polemica perché tu sei diverso, sei un uomo e la
discussione è d'obbligo. Questa è anzi la tua cosa più pregnante: quella
di aprire sempre un dialogo con le tue canzoni e di obbligare a delle
risposte con i tuoi monologhi. Ma c'è di più: la tua invenzione che
tutto si può difendere, la libertà, la dignità dell'uomo, l'amore, la
felicità con la partecipazione. Questa grossa scoperta che tu canti
convincendo di più che attraverso tanti discorsi e prediche, è nata in
te dal tuo modo di voler bene e di esprimerti. Sei rimasto l'operaio che
cesella il suo capolavoro in una fabbrica che ha aperto le porte sulle
piazze delle città e dei paesi e sei divertente proprio perché non
cerchi l'evasione o la finale a lieto fine, ma anche quando canti
l'amore di Maria e ti ostini a parlare di Maria hai tanta umanità che,
chi t'ascolta, si sente preso dalla tua semplicità e anche, lasciamela
dire la parola grossa, dalla tua filosofia. Caro Gaber, lo so che a
dirtelo tu abbassi il viso perché sei modesto dentro, ma tu sei un uomo
di cultura anche se l'unico motivo fosse questo: che ti chiedi
costantemente perché stai al mondo. (...)
Da ora in avanti, ogni spettacolo di Gaber rappresenta una tappa del suo
processo evolutivo individuale, di presa di coscienza e di analisi della
realtà. Un processo di progressivo approfondimento del mezzo e delle
possibilità espressive che vengono strutturalmente supportate da
percorsi di scrittura sempre più articolati e complessi: macro-canzoni e
interventi recitativi, dove anche il momento della composizione musicale
si adatta, con uno stile eclettico difficilmente catalogabile, ai
diversi registri interpretativi richiesti dall'attore-cantante:
dall'ironico al tragico, dal sentimentale all'elegìaco,
dall'introspezione all'invettiva.
- (...) In teatro ogni canzone è, musicalmente, un'avventura inedita.
(...) Il problema fondamentale è che devi fare colpo subito, devi
importi a tutti i costi all'attenzione della platea, altrimenti è un
guaio. E devi ottenere questi risultati con un prodotto che il pubblico
non ha mai ascoltato in precedenza, che gli giunge completamente nuovo.
Così alcuni lussi che ti puoi permettere sul disco, dove confidi in una
maggiore possibilità di "comprensione" da parte di chi ti può ascoltare
più di una volta, in teatro te li devi scordare. Hai bisogno di una
musica che sia insieme semplice, immediata e molto suggestiva, che
catturi l'attenzione del pubblico e non la lasci più fuggire. Così,
piano piano, impari a usare un linguaggio nuovo, diverso, a misura di
teatro. Una delle regole fondamentali, per esempio, è la necessità di
usare diversi "archi" espressivi anche all'interno di una canzone breve:
per questo il "crescendo" è una pratica ricorrente nel mio teatro,
mentre è rarissimo che io mantenga per tre o quattro minuti consecutivi
un clima teso, fermo, immobile. Ecco, direi che il teatro ti costringe a
"muoverti", e a permeare di questo movimento anche la musica. E ti
accorgi che il nuovo linguaggio, mano a mano che te ne impossessi, ti
offre, come interprete, infinite possibilità in più, proprio perché
mette alla prova la tua capacità di adattarti a una gamma di toni molto
più ampia, a sbalzi improvvisi, a rovesciamenti di fronte. (M. Serra,
"Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il Saggiatore, Milano 1982)
Dal 'signor G' in poi (tranne alcune rarissime eccezioni) tutta la
produzione discografica assume il valore di documentazione del lavoro
teatrale, fino alla totale auto-produzione (dal 1996 al 2000, le
registrazioni degli spettacoli sono in vendita esclusivamente nel teatro
della rappresentazione), a conferma del fatto che l'interesse di Gaber è
soprattutto volto alla verifica diretta con il pubblico. E il pubblico
ricambia con un numero di presenze agli spettacoli senza precedenti
nella storia del teatro italiano, pur non essendo sollecitato dalla
pubblicità attraverso i canali consueti di diffusione promozionale, di
cui Gaber non fa uso (alcuni dati solo indicativi: dal 1972 al 1982,
accumula la vertiginosa cifra di due milioni di biglietti venduti; nel
1991, in una stagione de' "Il Grigio", arriva a 170.000 spettatori in
150 spettacoli; riceve il riconoscimento "Biglietto d'Oro Agis-Minerva
1994-'95" per il consistente rapporto col pubblico in quella stagione
teatrale).
– (...) Sicuramente l'idea del disco in sé non mi interessa, proprio
perché non è il mio mezzo, il mio mezzo è la canzone-teatro, la prosa
che poi è diventato il mio linguaggio. Forse l'unico disco vero che ho
fatto era "Non arrossire" che era del '60, perché già 'il Cerutti'
possedeva un'altra valenza. (G. De Grassi, "Dialogo tra l'arte e il non
so...", Blu 1992)
La voglia di dire e di dare potenzialità alle idee, l'autonomia del
linguaggio e il rigore della rappresentazione sono la garanzia di
serietà e coraggio che il pubblico gli riconosce. Ma oltre la bravura
dell'interprete e l'importanza dei testi, nel teatro di Gaber è il
"fatto" che risulta interessante: accade che l'intensità del
coinvolgimento è tale che lo scambio di energia tra Gaber e il pubblico
si fa "materia": sul palco e in sala muta la qualità del clima, durante
e dopo lo spettacolo... e ciò che avviene va ben oltre la bella serata a
teatro.
Rievoca Nanni Ricordi nel libro di M. Straniero "Il signor Gaber" (Gammalibri,
Milano 1979):
"Secondo me in Gaber c'è una capacità magnetica di comunicazione: lo
vedi sul palco... Io l'ho vissuta anno per anno, riincontrandolo: cioè
lui ha anche la capacità magnetica che passi due ore a chiacchierare con
lui e scopri che è un bel parlare, perché è un parlare del sé,
veramente, e questo lui lo trasmette... Poi ci ha 'sta capacità
magnetica di captare e la capacità fisica di trasmettere anche
fisicamente... c'è una coscienza in lui, che ha coscienza di essere
divisa, perciò è matura (...) pensando a Giorgio, così, quando l'ho
conosciuto io, nel '58, suonatore di chitarra rock, poi cantante rock,
era effettivamente un'altra persona, ma come lo ero io, come lo eravamo
tutti. Io l'ho ritrovato dopo un po' di anni, ho ritrovato lui con la
stessa carica del far musica come fatto fisico, e lui con un cervello,
con un 'tutto' suo - voglio dire - che è cresciuto in un modo
straordinario".
- Ci si potrebbe addentrare in una definizione di cultura... Per me
cultura è un "modo di interrogazione". (...) Posso dire che in ciò che
serve a me, esistenzialmente, l'interrogazione è centrale, per capire di
più di sé, del mondo. Il fascino di questo mestiere d'artista è proprio
avere dentro questa... cosa, questa interrogazione. (W. Gatti, "Parlo in
grigio", Il Sabato 20/7/1991)
– Il mio personaggio è un me stesso che tende all'oggettivazione di me
stesso: non è un me stesso reale, con i miei tic ed i miei nei. È
proprio un personaggio che io proseguo: è questo 'signor G' che cito
all'inizio, che è nato negli anni Settanta e che, quindi, in qualche
modo, ha molto a che vedere con me, anche se, naturalmente, può essere
un me stesso in situazioni diverse. In quello che dico, credo di
attingere molto, anche dal punto di vista della recitazione, dai miei
modi della vita. Quando recito non mi dico: in questo personaggio devo
entrare gobbo e faccio Riccardo III: no, entro normale. È come se il mio
teatro non avesse soltanto la barriera di quello che accade sul
palcoscenico e della gente che lo vede, ma tenesse conto che c'è un uomo
che esce dal camerino, che va sul palcoscenico e dice: siamo qua,
parliamone e vediamo un po' cosa succede. Siamo soltanto questa gente
che si ritrova in un teatro: a me sembra di avere delle cose da dire e
le dico; è un meccanismo molto semplice. (C. Canovi e F. Azzali, "
Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia - 1994)
- Esistono due modi di far spettacolo: o vai sul palcoscenico per farti
vedere (e quindi affermi te stesso), o ci vai perché cerchi una
comunicazione col pubblico. Non dico che con noi in teatro si formi
un'appartenenza, ma certo nasce qualcosa che ne fa parte. Sa perché alla
fine io grido, faccio queste smorfie, ho queste reazioni? Perché mi
vergogno, e mi vergogno perché sono stupito di questo riconoscimento che
avviene tutte le sere su cose che io e Luporini abbiamo in qualche modo
scoperto per noi stessi. È questo che rende il mio mestiere uno dei più
belli che si possano fare. Cosa volere di più, per 120 sere all'anno?
(M. Bernardini, "Gaber. Alla ricerca dell'Io", Tracce maggio 1999)
– Una volta finito lo spettacolo c'è una specie di rilassamento in
tutti, una specie di abbandono della concentrazione che bene o male ti è
imposta, per cui c'è questo lasciarsi andare, che anche per me è molto
piacevole fisicamente, e credo che si avverta; diventa uno stare
insieme, si supera lo spettacolo e si sta insieme. (...) Alla fine mi
verrebbe da chiedere "come siete stati?" più che "vi è piaciuto?". È un
atteggiamento un po' diverso: è lo stare insieme che diventa prevalente.
Non credo, anzi escludo, che sarebbe lo stesso se facessi uno spettacolo
solo di bis: è proprio perché c'è prima uno sforzo da parte di chi
ascolta e di chi esegue, una specie di compressione a favore di un
approfondimento di certi temi, di certi discorsi, di certe emozioni, che
alla fine il rilassamento diventa piacevole per tutti, e credo che il
senso dei miei bis sia proprio questo. (L. Ceri, "Il sogno di Giorgio
Gaber", Mucchio Selvaggio n. 188, settembre 1993)
Si delinea la strada di un genere di rappresentazione composito, la
costruzione di un progetto e di un lungo discorso: un "teatro
d'intervento" sull'oggi, dove ogni spettacolo tratta temi diversi
attraverso il linguaggio autonomo della canzone a teatro.
– (...) Direi che dal "signor G" in avanti esiste un percorso molto
conseguente. Poi, "Libertà obbligatoria", ti ripropone la tua
responsabilità individuale, si scaglia contro le finte aggregazioni –
questo fasullo desiderio di una falsa coscienza – e ti ributta in faccia
una tua responsabilità individuale, perché oggi che la produzione ti
divora e ti entra nei polmoni, è diventata una battaglia da fare nelle
piccole cose, nei propri gesti. (C. Bernieri, "Non sparate sul
cantautore", Mazzotta editore, Torino 1978)
- Saccheggiamo moltissimi autori: da Adorno a Céline, da Pessoa a Cioran,
da McEwan a Grandes, da Laing a Cooper; prendiamo un po' da tutti perché
il nostro scopo non è quello di scrivere per il teatro, ma quello di
scrivere per Gaber. Non ci arroghiamo il ruolo di autori, ci piace
soltanto sviluppare insieme dei ragionamenti partendo da alcuni spunti.
(C. Pino, "Amico treno" - 'Da Goganga al Dio bambino', Baldini &
Castoldi 1997)
Il "Teatro Canzone" è il 'genere' espressivo assolutamente originale nel
percorso artistico di Giorgio Gaber: la canzone – così intesa – è in
realtà l'unione tra un testo che ha in sé un suo racconto preciso e una
musica che ne amplifica il fatto emotivo. Il teatro è un ulteriore mezzo
per aumentare la resa emotiva del concetto: il testo, la musica, le
luci, il palcoscenico, tutto è in qualche modo in funzione di un
allargamento emotivo.
- Dario Fo è stato un maestro con i suoi preamboli, quelle lunghe
chiacchierate poste all'inizio dei suoi spettacoli. Jacques Brel è stato
un maestro per via di quel suo canto interpretato più da attore che da
vocalist. Anche Eduardo, con la sua geniale lentezza, è stato un
maestro. E forse certi cantanti come Bécaud, come Aznavour. Rispetto
alla canzone francese però, Luporini ed io abbiamo avuto un'audacia in
più: vi abbiamo talmente creduto da trasformarla in un mezzo di
comunicazione immediata. Non quindi la canzone che si ascolta
ripetutamente come testimonianza di costume di una certa epoca e che
proprio attraverso il ripetuto ascolto provoca in te tutta una serie di
ricordi e di emozioni. (M. G. Gregori, "Storie del signor G", L'Unità -
Cabaret n.4 1996)
Negli spettacoli dei primi anni '70, i monologhi erano ancora solamente
dei raccordi recitati tra le canzoni. La crescita e l'affinamento del
mezzo espressivo modifica la scrittura dei pezzi in prosa, che assumono
nel tempo una dignità autonoma parallela alle canzoni, dando vita ad una
forma di recital che, attraverso il corpo scenico di Gaber, dà ancora
maggiori possibilità espressive della commedia o del grande monologo. I
monologhi e le canzoni sono come tanti spunti collegati emotivamente tra
loro che affrontano le tematiche più rilevanti, i problemi sociali più
'urgenti' di un certo periodo: Gaber analizza di volta in volta le
istanze più sensibili, propone degli interrogativi, smaschera le
contraddizioni, denuncia i disagi dell'individuo facendosene carico e
raccontando (da diverse angolazioni e spesso attraverso la chiave
dell'ironia) quello che accade, dentro e fuori di noi.
- Un recital per me è una specie di panoramica delle cose che mi hanno
colpito o stimolato di più nell'anno: una trasfigurazione a livello
musicale di uno sfogo che uno ha dentro e che fa esplodere in una serie
di canzoni, in una situazione che poi diventa teatrale. (F. Zampa,
"Individuo, vieni fuori", Il Messaggero 29/10/1983)
- Guardo molto dentro me stesso: non è rabbia. È autoanalisi. Serve a
farmi capire gli altri, ma anche serve a me per resistere
all'omologazione imperante. (Si. Ro., "Gaber: ora sono un laureato del
teatro", La Stampa 1/6/1989)
- Quando canto c'è un po' più di energia e quindi è più una festa;
quando recito c'è un po' più di concentrazione e quindi più profondità.
(...) Quando non lavoro mi annoio molto. Cerco di distrarmi continuando
a pensare al lavoro: lo stacco totale in un certo senso mi deprime. Per
fortuna la tipicità del mio mestiere "obbliga" a raccogliere
informazioni, esperienze in tutti i momenti e in tutte le situazioni che
si creano durante le giornate di riposo. (C. Pino, "Amico treno" - 'Da
Goganga al Dio bambino', Baldini & Castoldi 1997)
- Porto avanti da otto anni un mio lungo "recital" e oggi avrei bisogno
forse di esperienze diverse. Non dico che ho concluso un periodo, ma
sicuramente il mio ultimo spettacolo è stato un punto d'arrivo. Ho
incominciato accennando a un tic, poi ho visto che era una peste, e ho
finito parlando di un cancro. (...) E poi anche il linguaggio e le
parole si modificano, devi sempre aggiustare il tiro. Ho bisogno di una
specie di testo mobile che segua da vicino una realtà che cambia. In
questo senso io faccio, non ho paura di dirlo, un esperimento pressoché
unico di canzone che ora è sempre più vicina al teatro che alla musica.
(M. Porro, "Gaber: sono un filosofo ignorante", Corriere della Sera
4/6/1978)
Anni 80 | Torna all'inizio
Nel novembre del 1980 Gaber pubblica con una piccola etichetta
indipendente e dopo lunghe vicissitudini, "Io se fossi Dio", un
'singolo' di 14 minuti. La canzone, scritta in seguito all'uccisione di
Aldo Moro e pubblicata più tardi per ragioni di censura, è concepita
come un violento esplicito pamphlet contro il grigiore della scena
italiana contemporanea e va considerata come il momento culminante di
un'intera fase del lavoro di Gaber e Luporini. Il brano viene inserito
nello spettacolo "Anni affollati" (1981-'82) che chiude una prima
parabola di intervento sul sociale del "Teatro Canzone".
Io se fossi dio
(e io potrei anche esserlo, se no non vedo chi)
io se fossi dio non mi farei fregare
dai modi furbetti della gente non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente
sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare appunto cosa fa la gente.
...
Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.
– Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché
non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi
guardo intorno, vedo che ci stiamo tutti abituando al grigiore, alla
piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio
lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono. Le cose che
voi giornalisti non avete più il coraggio di scrivere. Vorrei sapere,
per esempio, perché fino a qualche anno fa si poteva parlare liberamente
di Moro, dicendo che anche lui è responsabile del disastro in cui ci
troviamo, mentre oggi non si può più. La retorica ufficiale, la pietà
istituzionale, ci impediscono di avere reazioni spontanee, umane. Anche
di provare pena, dolore (...). Cercheremo di spiegare che questa voglia
di Dio è soprattutto una voglia di avere una spinta, un desiderio
morale. Voglia di credere, voglia di esistere. Non ci interessa
collocarci al di là del bene e del male, come quei nostri amici che
ascoltando "Io se fossi Dio" ci chiedevano: ma chi ve lo fa fare? Perché
prendersela tanto? Loro pensano che non sia il caso di indignarsi. Che
va bene tutto. E invece no: va bene un cazzo. Se non si lotta per
cercare una ragione, per inseguire la chiarezza, tanto vale crepare.
Anch'io mi diverto molto a giocare a palla. Ma per due ore al giorno,
non per dodici. (M. Serra, "Giorgio Gaber. La canzone a teatro", il
Saggiatore, Milano 1982)
Con gli spettacoli degli ultimi anni '80, Gaber e Luporini cambiano
registro, sperimentano la prosa con un "Teatro d'evocazione" dove
l'attore, solo in scena, fa rivivere attraverso il monologo personaggi e
situazioni che sono nella sua memoria.
Attraverso il personaggio solista che riflette e comunica i propri
pensieri, il dialogo è sintetizzato all'essenziale, si ricostruisce un
percorso più letterario. Non è il monologo del teatro classico: è l'io
interiore che parla.
"Parlami d'amore Mariù" (1986-'88) è un racconto a struttura aperta con
brevi atti unici in forma monologica e canzoni che costituiscono
un'ampia indagine sulla tematica dello spettacolo.
– (...) Se vai in piazza e vedi delle bandiere rosse e bianche unite
intorno alle Istituzioni per difenderle dalle Brigate Rosse, puoi anche
provare un tale disagio che scrivi una canzone come "Io se fossi Dio",
ma non per questo fai una azione politica. Così "Parlami d'amore Mariù"
non è una finestra sul privato; è una perlustrazione nell'intimo che può
svelare come certi sentimenti, anche l'amore, siano solo delle
illusioni, delle forme di isteria, curiosi coaguli che vivono dentro di
noi ma separati dal nostro cuore, fantasmi che coprono altri fantasmi...
Per esempio, si può capire perché, quando viene a mancare una persona
cara, subito dopo si potrebbe indifferentemente ammazzarsi o andare al
cinema. (A. Bandettini, "Ed ora vi racconto i sentimenti di un uomo di
oggi", La Repubblica 28/10/1986)
– (...) Qui (in "Parlami d'amore Mariù", n.d.r.), io e Luporini, abbiamo
avuto minori riferimenti: la scelta del piano teorico è molto ridotto.
Sì, se vogliamo, c'è la citazione di Botho Strauss nella "Donna al
balcone", un qualche piccolo riferimento a Céline... La differenza col
passato, è che lì c'era il desiderio di sostenere un qualche piano
teorico. Qui, dato il tema della nostra, attuale, discontinuità dei
sentimenti, questo piano teorico ci è sembrato meno utile. (A. M. Mori,
"Giorgio Gaber. Il piacere dei sentimenti", La Repubblica 6/11/1987)
"Il Grigio", in scena nelle stagioni teatrali dal 1988 al '91, è un vero
e proprio racconto in prosa (con il quale, nel 1989, vince il premio
teatrale Curcio come miglior attore).
- Affronto l'oggi con tutti i suoi problemi, gli stessi problemi che
appartengono a ognuno di noi, giovane o ex giovane che sia. Rifiuto e
combatto questa volgarità dilagante. Racconto il disgusto generale, la
difficoltà di dar battaglia al nemico, perché non esiste più un nemico
immediatamente identificabile. Il nemico è ormai dovunque, anche dentro
di noi. E per meglio individuarlo, bisogna inventarsene uno. Magari un
topo. (A. Pieracci, "Signor Gaber, mi manda papà", La Stampa 18/4/1989)
Nel 1989-'90, una parentesi: "Apettando Godot" con Enzo Jannacci, dopo
trent'anni da "I due corsari" (rivisitati un po' per gioco nel 1983 come
"Ja-Ga Brothers").
- (...) Io sento che Beckett sia sempre stato un mio maestro, per quanto
mi riguarda. Sul piano della scrittura teatrale, tutto il teatro
contemporaneo non può non tener conto che c'è stato Beckett, ecco. Così,
pur non essendo stato molto divulgato, è un classico. L'avvicinamento a
Beckett, inoltre, mi dà la possibilità di lavorare con Enzo, quindi di
allargare le mie possibilità sul palcoscenico come attore. Mi sembra un
bell'arricchimento, per me lo è. (D. Cohen, "Gaber-Jannacci 'Aspettiamo
Godot'", Chorus giugno 1990)
Anni 90 | Torna all'inizio
Nel 1991, lo spettacolo antologico "Il Teatro Canzone", presentato al
Festival estivo "La Versiliana" (che verrà poi pubblicato in quattro
home video col titolo di "Storie del signor G".), ripropone parte del
repertorio precedente col desiderio esplicito di verificare a distanza
di anni l'attualità dei temi via via svolti, in considerazione anche del
fatto che molte composizioni erano state eseguite in spettacolo una sola
volta e quindi con una possibilità di espansione chiaramente limitata.
Il recital offre una magnifica attualità, scandisce l'ineluttabilità
delle passate e odierne incertezze, anche perché la cifra fondamentale
dei testi di Gaber-Luporini è in definitiva sempre stata di tipo
esistenziale, ovvero non ha mai creduto ad una netta distinzione tra
l'uomo e le sue vicende socio-politiche.
Un Gaber perfetto che dimostra di avere ancora una volta ragione:
l'ironia, la possibilità di "saltare il piano" e indagare sulla realtà
da diverse angolature (un umorismo da situazione dove si mette in gioco
se stessi in modo tutt'altro che gratuito), è la chiave necessaria per
mettere a nudo le contraddizioni e i disagi dell'uomo e insieme il
tentativo di esorcizzarli. Il lavoro di Gaber e Luporini, sia per il
linguaggio sia per i contenuti, non solo mantiene un valore inalterato
nel tempo ma anticipa concetti e idee destinate ad entrare nel
patrimonio collettivo.
- Ti dirò una cosa: in questi ultimi tempi sto facendo anche il
direttore artistico di un teatro e quindi in questa veste mi è capitato
di incontrarmi varie volte con molti ragazzi, con molti giovani, e ho
avuto l'opportunità di confrontarmi quindi con un pubblico che
sicuramente è all'oscuro di buona parte del nostro ventennale lavoro. Ed
ho avuto la sorpresa di constatare che a loro moltissime delle nostre
cose risultano nuove ed attuali, come l'entusiasmo che ho sentito per
una canzone come "Le elezioni", che per noi è ormai ovvia e scontata, e
questo mi fa capire che non solo il contenuto della canzone è
attualissimo, ma anche la musica, e in questo senso non ci sono state
delle eccessive trasformazioni. Insomma questo tipo di rapporto di
comunicazione tramite la canzone, che è un rapporto di primo ascolto,
funziona ancora benissimo. E se è vero che queste canzoni sono
indubbiamente legate a certi periodi e a certi spettacoli, alcune di
esse possono essere tranquillamente riproposte anche oggi. (L. Ceri e G.
Martini, "Il signor G suona la chitarra", Chitarre n.51 - giugno 1990)
- Del mio teatro, dei numerosi spettacoli di monologhi e canzoni che ho
realizzato negli anni Settanta e Ottanta, l'unica testimonianza
esistente era la registrazione discografica dal vivo degli spettacoli
stessi; mentre sul piano dell'immagine, se si esclude una registrazione
realizzata dalla Rai nel 1980, non esisteva praticamente niente. Ecco
quindi la decisione di trasportare in video il mio teatro-canzone. Ho
lavorato, come mia abitudine, con modalità che definirei quasi
"autarchiche". Ho scelto un teatro e con Sandro Luporini e i miei
musicisti ho rivisitato il repertorio che considero più interessante e
più attuale; ho quindi chiamato una troupe televisiva con la quale ho
studiato nei minimi dettagli le modalità per le riprese e infine ho
aperto il teatro al pubblico. Così, in rapidissima sintesi, sono nate
queste "Storie del signor G". (G. Gaber, "Sì alla tv, testimone del mio
teatro", La Stampa 24/10/1992)
– Questo spettacolo nasce in modo particolare: volevamo fare un
excursus, una specie – per carità, senza presunzione – di antologia di
questi vent'anni di teatro. Devo dire che il pubblico ha reagito in
maniera talmente positiva che io stesso, poi, ripercorrendo questi anni,
ho trovato delle validità nei testi scritti precedentemente: mi hanno
stimolato anche ad andare avanti e ad affrontare questo 'Teatro Canzone'
come un appuntamento aperto (...), elaborando via via i brani che mi
sembravano validi e che continuano ad interessare il pubblico. Lo
spettacolo dà possibilità di rinnovamenti, si inseriscono motivi nuovi
e, in effetti, si sente, anche dai testi, che alcune idee sono nate
molto più di recente. Dall'estate scorsa ad oggi è cambiato perlomeno
metà spettacolo: si chiama sempre 'Teatro Canzone' (sarebbe anche
ingiusto chiamarlo in un altro modo, perché adotta la medesima formula),
però cambia, si rinnova, al di là delle cassette già registrate: lo
spettacolo cambia e si modifica ed arriva alla fine molto diverso da
come è partito. Probabilmente potrà anche durare, essere presentato al
pubblico per diversi anni, dal momento che è uno spettacolo che si
rinnova. Può essere, perciò, un appuntamento interessante anche
mantenendo il titolo "Teatro Canzone" (che però diventerà '93, '94,
'95...) e riproponendo la stessa formula ad episodi. (C. Canovi e F.
Azzali, " Giorgio Gaber", Centro di Poesia e Cultura di Reggio Emilia -
1994)
C'è anche un nuovo brano denso di rigore e tensione morale che, da solo,
si fa manifesto del sentire taciuto da molti, "Qualcuno era comunista".
La sensazione che ne scaturisce è che ora, con la caduta delle
ideologie, l'individuo, da solo, subisca, e senza ricercare più una
possibilità di riscatto. "Qualcuno era comunista" è un brano sulle
motivazioni individuali di fondo del comunismo inteso come movimento
politico, che risiedevano – nell'idea di Gaber-Luporini – nel desiderio
di cambiamento, di miglioramento, nello slancio verso l'utopia.
- (...) La scoperta più interessante che ho fatto è che è molto
difficile intervenire parlando delle tue idee, di quello che pensi o di
quello che per te è il mondo. Un po' l'abbiamo fatto, ma più che altro
erano delle indicazioni di un punto di vista delle cose. "Qualcuno era
comunista" è stata quindi quasi una specie di necessità. Ecco, mi pare
che da questa esperienza venga fuori che qualsiasi discorso teorico,
qualsiasi discorso ideale in questo momento sia improponibile. Qualsiasi
mancanza, qualsiasi disagio, qualsiasi fatica esistenziale sia
necessario esprimerla. E allora io ho la possibilità di intervenire
sull'oggi, nel senso di scrivere un tipo di spettacolo di considerazioni
sull'oggi (...). Credo che si debba guardare proprio il disagio
esistenziale che viviamo quotidianamente: l'extracomunitario che ti dà
l'accendino piuttosto che i politicanti vari. Anche delle sensazioni
fisiche, emotive. Ecco: quelle, secondo me, vanno raccontate, non devono
essere abbandonate. È stato per questo che avevo smesso questo
spettacolo, tra virgolette, di intervento. Proprio perché il bla-bla su
questo o su quello, il pettegolume ci aveva stancato. Mentre poi va bene
un discorso per cui "a me è caduto tutto, è caduta la sinistra, per cui
ho una mancanza affettiva, ideale mia", questo lo posso dire, lo posso
dare al pubblico. (G. De Grassi, "Dialogo tra l'arte e il non so...",
Blu 1992)
- (...) Non è una canzone politica ma una pagina esistenziale, il
racconto di un malessere. Accadde che una parte della mia generazione
andò, per anni, verso un progetto utopico che chiamavamo comunismo.
Forse impropriamente, visto che nessuno di noi mirava alla dittatura del
proletariato, né alla Comune dei cinesi, né al riscatto dei contadini
russi. Non era questione di schieramenti, ma di stati d'animo: quella
cosa ci aveva preso emotivamente, ed accomunava persone divise da
differenze enormi, perfino hippy e anarchici, che col comunismo non
c'entravano per niente. Più che una dottrina, insomma, ci muoveva uno
slancio, una grande speranza. E quando la speranza sparisce, non è che
stai lì a pensare che c'è ancora Cuba, o che è nata Rifondazione: è
finita l'utopia, se ne va l'illusione di poter agire, noi, per le
generazioni che verranno. E allora rimani vuoto e solo, e chi se ne
frega di Breznev o del delirio delle Bierre: ci fai su una canzone, non
solo per raccontare la tua solitudine, ma per spiegare a te stesso che
uno slancio non va mai rinnegato: sarebbe come buttar via, con l'acqua
sporca, anche il bambino. (C. G. Romana, "Il signor G contro i partiti",
il Giornale 6/11/1996)
Nel 1993 mette in scena "Il Dio bambino", una sorta di "romanzo
teatrale" dove il monologo interiore sostituisce il dialogo e l'azione
della prosa classica. Nel 1994 pubblica il libro "Gaber in prosa - Il
teatro d'evocazione di Giorgio Gaber e Sandro Luporini" che raccoglie i
testi di "Parlami d'amore Mariù" (compresi alcuni brani non
rappresentati a teatro), "Il Grigio" e "Il Dio bambino".
- C'è un protagonista solo che racconta, rievoca. Ma quando l'emozione
si fa forte, il racconto non è più al passato, diventa presenza viva,
verità. Naturalmente dal suo punto di vista. Io chiamo questa
drammaturgia 'teatro di evocazione' e penso che sia più adatta oggi a
raccontare rispetto al dialogo e alle commedie tradizionali. (...) In
realtà, come sempre nel mio teatro, il protagonista condivide molti dei
miei attributi. Non mi sarebbe possibile una verità evocativa se non si
trattasse di problemi che ho scoperto dentro di me. (U. Volli, "Un dio
bambino per Gaber", La Repubblica 26/9/1993)
Dalla stagione 1995-'96 riprende il 'Teatro Canzone'. I testi degli
spettacoli, dal 1996 al 2000, vertono via via sempre più sull'indagine e
l'approfondimento del discorso sull'individuo: lo smascheramento delle
contraddizioni che vive con se stesso e in rapporto alla società che lo
induce a gesti omologati o comunque non antagonistici, oltre le
apparenze, alla logica della produzione e del mercato. Solamente
un'onesta presa di coscienza della realtà può far intravedere la
possibilità di un cambiamento. Nel continuo tentativo di ritrovare
un'autenticità all'interno delle sue istanze, l'uomo Gaber "somatizza"
le idee e allontana le ideologie, tendendo ad una visione filosofica
"antropocentrica" e anche provocatoriamente umanistica del mondo.
"Un'idiozia conquistata a fatica", lo spettacolo ripreso in questi anni
in diverse stagioni teatrali, ha un riferimento preciso e molti legami
con "Libertà obbligatoria". Con esso non condivide solo certi temi (come
ad esempio la "teoria del mercato" di Pasolini) ma sembra portare a
termine il percorso iniziato nel 1976. Se "Libertà obbligatoria" era una
risposta amara alle domande del 'signor G', "Un'idiozia conquistata a
fatica" porta alle estreme conseguenze il discorso iniziato più di vent'anni
prima.
– Mi chiedevi a che punto siamo arrivati: io non so cosa succederà nel
futuro, ma sembra che nella nostra produzione teatrale ci siano stati
due momenti di grossi interrogativi. Dopo essere partiti dal signor G
siamo arrivati ad uno spettacolo che si chiamava Libertà obbligatoria,
nel 1976; con quello spettacolo arrivavamo a delle conclusioni non dico
definitive, ma abbastanza comprensive del tutto. E così siamo ripartiti.
Mi sembra che questo spettacolo (Un'idiozia conquistata a fatica –
stagione 1998-'99), che tu giustamente collochi in un senso più
collettivo che personale e sentimentale, ancora una volta arriva, per la
seconda volta nell'arco di questi trent'anni di lavoro, ad un altro
momento di conclusione di un percorso. Uno spettacolo più "teorico", non
perché i sentimenti non ci interessano, direi anzi che sono quelli che
ci fanno vivere e morire. (A. Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e
ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998)
- È un momento in cui ognuno si fa assolutamente i fatti propri, senza
interesse per gli altri, in cui sembra proprio che percepire l'esistenza
reale di un'altra persona sia impossibile, che non esista appartenenza a
nulla. Ricordo anni in cui il senso collettivo era presente come istinto
nelle persone, poi via via è venuto a mancare. (L. Putti, "Giorgio Gaber:
questa povera Italia in mano agli egoisti", La Repubblica 8/11/1994)
– Credo che alla base del lavoro di Luporini e mio (...) ci sia un
grande desiderio ci smascheramento. Del resto, da sempre, la nostra
ricerca consiste nella smontare innanzitutto le nostre false convinzioni
che riguardano sia la sfera personale che quella sociale con lo scopo di
diffidare di alcuni finti comportamenti. Anche nella critica che noi da
sempre abbiamo rivolto alla sinistra c'è il desiderio di essere contro
slogan di tipo propagandistico, a favore della chiarezza di una ricerca
autentica. Abbiamo sempre avuto fiducia che se cambia la testa delle
persone possono cambiare anche le cose. (M. G. Gregori, "Storie del
signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)
- Cerco delle persone che abbiano una "semplice" consapevolezza e non
una complicata consapevolezza di se stessi, dei propri limiti e delle
proprie possibilità. La coscienza di questi limiti credo che sia
veramente la cultura. Quando io parlo di "uomini al minimo storico di
coscienza" è proprio questo che voglio dire: la coscienza non è data da
una quantità di conoscenze in senso orizzontale, ma dalla ricerca nel
sapere, che non può che essere limitato, della profondità. La ricerca
del senso della vita. La tecnologia che conosciamo allarga molto la
conoscenza ma sempre in senso orizzontale; non c'è nulla nelle nuove
invenzioni che ci aiuta ad andare dentro nelle cose. Può aprirci il
panorama ma non vuol dire che ci dia più consapevolezza. Era più
consapevole e cosciente un contadino di cent'anni fa, che sapeva sette
cose ma le sapeva veramente. Noi in realtà sappiamo tutto e non sappiamo
nulla. (...) Ho avuto, purtroppo come tanti, anche delusioni dalla
piazza. Il fenomeno di massa è un fenomeno che non amo, e che non ho
amato neanche nei momenti in cui si partecipava al movimento, che era
una bella parola. Sento molto importante l'esistenza di una quantità di
individui che rappresentano ognuno un desiderio, mentre la massa
significa spesso l'annullamento del pensiero da parte del gruppo. La
massificazione, sia essa di destra o di sinistra, è sempre negativa.
Ognuno di noi ha ogni giorno molto spazio nei rapporti quotidiani per
mettersi alla prova e per trovare il "qui e ora", ci sono tantissime
occasioni per essere persone piuttosto che maschere. E lo smascheramento
di quello che siamo mi sembra una cosa realizzabile minuto per minuto
nella nostra vita. (A. Priolo, "Il luogo del pensiero. Qui e ora", Re
Nudo n.18 - 1/3/1998)
- Nel Duemila avrò 61 anni e se proprio devo fare un piccolo bilancio di
questa mia esistenza mi sento in debito con il destino per tutto ciò che
ho avuto la possibilità di fare e di ottenere con il mio lavoro. Certo
sento gli anni che passano. E non vorrei essere come quegli artisti che
vengono giudicati bravi perché identici a quando erano giovani: siamo
pieni di giovani attori vecchi! Al contrario vorrei affrontare questo
tempo che mi rimane con l'esatta percezione degli anni che ho, in un
rapporto autentico con quello che sono. Anche se avrò 61 anni vivo il
Duemila come un nuovo millennio, dunque come un inizio. (M. G. Gregori,
"Storie del signor G", L'Unità - Cabaret n.4 1996)
Anni 2000 | Torna all'inizio
"La mia generazione ha perso", nel 2001 segna l'eccezionale ritorno al
disco di un artista che negli ultimi trent'anni si è dedicato
esclusivamente all'attività teatrale (disco che arriva in testa alle
classifiche discografiche) e, come un richiamo alle origini, la
partecipazione allo show televisivo di Adriano Celentano (insieme a
Dario Fo, Enzo Jannacci e Antonio Albanese) che rimane l'ultima
apparizione di Giorgio Gaber sul piccolo schermo. Gaber si produce, nel
frattempo, in una anomala tournée (per quanto non priva di precedenti):
tiene conferenze nelle università e nei teatri: canta e parla del suo
nuovo lavoro e, retrospettivamente, del suo percorso artistico. "La
razza in estinzione" – canzone contenuta nel nuovo album "è, certamente,
anche l'appassionato epitaffio di una generazione, quella sessantottina,
della quale Gaber è stato lungamente compagno di strada. Tra i primi a
dirne i vizi e le magagne modaiole, oggi Gaber è orgogliosamente in
anticipo anche nel rivalutare il coraggio di quegli anni, e nel
rivendicare quanto meno il valore della scommessa perduta (...)", come
sottolinea Michele Serra in una recensione al disco.
- Io non sono distruttivo, sono stato frainteso molte volte. Penso sia
meglio affrontare la realtà, se no non se ne esce più. La mia
generazione ha perso. I nostri slanci, i nostri ideali e le passioni,
non sono riusciti a cambiare il mondo. Diciamolo. Riconoscerlo vuol dire
che non è finito tutto. (F. Poletti, "Giorgio Gaber: i miei cattivi
pensieri", Specchio 21/4/2001)
- Mi sembra che (il mondo) abbia preso la strada all'inverso. La mia
speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta,
bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare.
Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello
spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa
cambiare (...). (L. Arruga, "Gaber: le meraviglie di un sognatore", Il
Giorno 21/10/1999)
Nel 2002 esce il volume "La libertà non è star sopra un albero" insieme
a una video cassetta antologica, per l'editrice Einaudi. Il libro è
insieme canzoniere e scelta ragionata dei monologhi teatrali, testi
selezionati da parte dello stesso Gaber nel suo vastissimo repertorio
artistico di oltre 40 anni.
- Forse per questioni anagrafiche, mi trovo in un momento di
riflessione, direi quasi di bilancio. Non a caso il mio ultimo album si
intitola La mia generazione ha perso. Direi che oggi prevale un senso di
amarezza per le sconfitte della mia generazione. Del resto con Luporini
abbiamo sempre cercato di parlare e di riflettere attorno ai nostri
slanci e alle nostre utopie ma anche intorno a ciò che ci faceva male,
che creava disagio a noi e forse, anzi sicuramente, non soltanto a noi.
Cercando di interpretarlo e di capirlo, quel male. Oggi più che a una
evoluzione positiva dell'individuo, mi sembra di aver assistito a un suo
mutamento direi quasi antropologico. E vedo un uomo sempre più
sopraffatto e totalmente in balia della violenza del mercato. E mi
chiedo a cosa siano serviti i nostri slanci, le nostre utopie, i nostri
ideali, le nostre ribellioni, le nostre trasgressioni. Purtroppo devo
rispondere constatando che non siamo stati migliori dei nostri padri e
non credo possiamo costituire un esempio attendibile e autorevole per i
nostri figli. Siamo scesi in piazza per contestare, anche con violenza,
le dittature politiche del mondo, ma abbiamo perso di fronte all'unica
dittatura che ha realmente trionfato: quella del mercato. Almeno i
nostri padri la Resistenza l'avevano fatta davvero. Noi non siamo stati
capaci di resistere alla finta seduzione del consumo, anzi, ne siamo
stati complici per quanto inconsapevoli. Credo sia importante
riconoscere i propri errori e le proprie sconfitte, perché comunque la
consapevolezza e l'onestà intellettuale rimangono valori fondamentali. E
in ogni caso ammettere la propria sconfitta è indispensabile per poter
ripartire con maggior chiarezza e con nuovi slanci vitali. Sandro e io
abbiamo una fiducia illimitata nelle potenziali risorse dell'individuo e
questa potrebbe essere la nostra fede. Laica, naturalmente. Milano,
marzo 2002 (a cura di V. Pattavina, "Giorgio Gaber - La libertà non è
star sopra un albero", Einaudi, Torino 2002)
1° gennaio 2003: "ultima ricorrenza"... 'il signor G' muore, nella sua
casa di Montemagno, in Versilia. Gaber non stava bene da tempo: la
stagione teatrale 1999-2000 era stata sospesa più volte; ultima replica
dello spettacolo il 15 febbraio a San Marino.
Giorgio Gaber se ne va, lasciando, ben oltre l'immediato shock emotivo
dei tanti estimatori, un enorme senso di vuoto. Resta la sua avventura
esemplare, unica nel genere, di uomo 'tutto intero' nel mondo della
cultura, del teatro e dello spettacolo.
- Ci sono argomenti tabù che si cerca di rimuovere. Penso che se le
strade si riempissero di gente malata, forse cambieremmo la nostra
testa. Invece nella nostra società, per la vergogna della malattia,
vediamo solo gente sana, e questo cerco di dirlo anche nello spettacolo:
quando incontriamo qualcuno che sta male abbiamo un turbamento fuori
misura, come se non sapessimo che quello è il nostro specchio. Mi sembra
che il tabù della nostra epoca sia la mancanza di consapevolezza delle
cose importanti e tragiche, essenziali della vita. La spinta dovrebbe
essere a parlare di queste cose non in modo macabro o funebre ma come un
fatto vitale, perché morte significa vita. (A. Priolo, "Il luogo del
pensiero. Qui e ora", Re Nudo n.18 - 1/3/1998)
24 giorni dopo... il 24 gennaio esce l'ultimo lavoro: un album dal
titolo "Io non mi sento italiano", per il quale Gaber si era impiegato
con grande determinazione nella seconda parte dell'anno precedente.
"(...) Questo Gaber (e questo Luporini, coautore di sempre) è quello più
devastante e più autenticamente 'politico', perché sposta il
ragionamento e la polemica dalla scivolosa dialettica destra/sinistra
alla questione davvero essenziale del nostro vivere sociale. Gaber aveva
(anche nella vita) una visione quasi agonistica del conflitto tra
individuo e massificazione. Il suo silenzio con i giornalisti, la sua
vita privata orgogliosa e appartata, la sua stessa scelta artistica di
fuggire dalla televisione e apparire in teatro nella più ostinata
solitudine scenica, furono le forme ben visibili della sua estrema
coerenza umana e professionale. L'io, il corpo solo, l'occhio di bue
puntato sul viso, erano al tempo stesso strumento polemico e via di
salvezza, indicazione di un solipsismo eroico ma mai narciso: abbiate
pazienza, ma o le cose suonano e cantano in me, oppure non cantano e non
suonano. È falso tutto ciò che passa intorno, che tange e che sfiora, ma
senza penetrare la persona, senza animarla e turbarla: dunque falsa, nei
suoi presupposti, è la società di massa, false la dittatura della folla
e del mercato, false le parole che non escono direttamente
dall'esperienza individuale. A questa ribellione Gaber ha dedicato gran
parte dei suoi spettacoli". (M. Serra, "L'ultima sfida di un uomo
libero", Il Venerdì di Repubblica 24/1/2003)
Nota sui riferimenti bibliografici: le fonti da cui sono
tratte le citazioni testuali di Giorgio Gaber sono in gran parte
presenti nelle sezioni "Rassegna stampa" e "Bibliografia" del sito. Cfr.
anche il libro "Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...", a cura di
Micaela Bonavia, Selene edizioni. |
Giorgio Gaber




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